Le carceri italiane stanno vivendo una delle stagioni più dure degli ultimi anni. 

Il recente decreto-legge ha introdotto misure per ridurre il sovraffollamento e migliorare le condizioni di vita dei detenuti, ma la realtà quotidiana continua a raccontare un’altra storia.

Il rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone descrive istituti “al limite della sopravvivenza”: celle sovraffollate, finestre bloccate, carenze igienico-sanitarie, scarsità di acqua fresca, mancanza di personale e un numero crescente di atti di autolesionismo e suicidi. 

Questi numeri non sono solo statistiche: sono volti e storie. Sono vite sospese. 

E per noi suore NSA sono un appello.

Ovunque siamo nel mondo, cerchiamo di visitare le prigioni e di accompagnare i detenuti. È una scelta che nasce dal cuore del nostro carisma: stare dove la vita è più ferita, dove la dignità è minacciata, dove la speranza sembra impossibile. In Europa, come in Africa, le comunità NSA conoscono il volto della detenzione. E lavoriamo in rete con altre organizzazioni, per ridare speranza nel futuro.

A Genova, ad esempio, la Veneranda Compagnia di Misericordia (VCM) è da anni un ponte tra detenzione e rinascita. Sr Alma Comi e sr Etta Profumo hanno dedicato molto tempo al lavoro con le detenute e ora Sr Giuliana Bolzan collabora nella Casa-Famiglia. 

Le Case-Famiglia sono un modello innovativo di esecuzione penale: luoghi più umani, dove la persona può riscoprire il valore della fiducia, della responsabilità e della relazione. 

Qui nascono laboratori che non sono solo attività, ma spazi di dignità: il laboratorio di cucito, che offre formazione e un piccolo sostegno economico; la lavanderia industriale, che permette agli ospiti di lavorare e di sentirsi parte di un servizio utile alla città.

Accanto alla formazione, la dimensione relazionale è centrale: momenti di dialogo, ascolto con psicologhe ed educatrici, condivisione tra gli ospiti e con i volontari.

Tutto questo lavoro ha già dato frutti concreti: diverse donne, dopo aver concluso la pena in Casa-famiglia, hanno trovato piccoli appartamenti, un lavoro, e col tempo si sono riunite ai loro figli. 

Abbiamo chiesto a Cristina, responsabile delle Case-famiglia e da anni presente nelle carceri genovesi, di condividere la sua esperienza.

Quali sono oggi le urgenze più gravi nelle carceri di Marassi e Pontedecimo?

La prima urgenza è il sovraffollamento. Le celle pensate per due persone ne ospitano quattro, a volte cinque. Questo genera tensione, stress, mancanza di privacy e un senso costante di oppressione. A Pontedecimo, dove la popolazione è femminile, la fragilità emotiva è ancora più evidente: molte donne arrivano già segnate da storie di violenza, dipendenze, abbandono.

In che modo le Case-famiglia trasformano la pena in un percorso di crescita?

La Casa-famiglia è un luogo dove la persona torna a respirare. Qui non c’è solo la regola: c’è la relazione. Certo, è difficile all’inizio, molte di loro sono ai domiciliari o possono uscire raramente, quindi i rapporti interpersonali sono delicati. Capitano litigi o impazienze… Ma pian piano le donne imparano a gestire una casa insieme, a lavorare, a rispettare gli orari, a prendersi cura di sé. E soprattutto ritrovano fiducia.

Quali cambiamenti concreti hai visto nelle donne che hanno concluso il percorso?

Negli ultimi anni abbiamo accompagnato diverse donne verso una nuova vita. Una volta terminata la pena, abbiamo trovato piccoli appartamenti, lavori stabili, e col tempo si sono riunite ai loro figli. Vederle ricominciare è la parte più bella del nostro servizio: è la prova che la pena può diventare rinascita.

Quali sono le fragilità più frequenti delle madri detenute?

La maternità è una ferita aperta. Molte donne vivono il senso di colpa per la distanza dai figli. In Casa-famiglia lavoriamo molto su questo: aiutiamo le madri a ricostruire un rapporto sano, a comunicare, a non arrendersi.

Cosa potrebbe fare di più la città di Genova?

Genova è una città generosa, ma serve più rete. Più appartamenti protetti, più opportunità di lavoro, più volontari. La reintegrazione non è un atto individuale: è un gesto comunitario.

I prigionieri sono sorelle e fratelli che hanno sbagliato strada e cercano di ritrovarla. La missione ci chiede di non distogliere lo sguardo, di non lasciarli soli, di credere che ogni persona può rinascere se qualcuno le tende la mano. Le carceri sono una frontiera del nostro tempo: un luogo da abitare con la creatività dello Spirito. E noi, come suore NSA, vogliamo continuare a camminare lì, dove la fragilità chiede cura. Oltre le sbarre.