In questi giorni si parla molto di Iran, pensando alla guerra con gli USA, allo stretto di Hormuz, al carburante che si assottiglia… ma si è perso ormai il punto più importante: il popolo, le donne.
Che ne è di loro? Del loro anelito ad una sacrosanta libertà e ai minimi diritti umani?


Di questo si occupava Marjane Satrapi, morta lo scorso giugno. Una donna incredibile: autrice di Persepolis, ha raccontato al mondo l’infanzia sotto la rivoluzione islamica, la repressione, l’esilio.
Nata in Iran, cresciuta tra la paura e la resistenza, Satrapi ha trasformato la sua storia personale in un racconto universale. Persepolis non è solo un fumetto: è un atto di memoria, un grido di libertà, un invito a guardare l’Iran non come un “problema geopolitico”, ma come un popolo vivo, ferito, pieno di donne che continuano a lottare.
Negli ultimi anni Satrapi aveva denunciato con forza la repressione del regime, rifiutando persino la Legione d’onore per protestare contro “l’atteggiamento ipocrita della Francia nei confronti dell’Iran” e per solidarietà con le donne e i giovani iraniani. La sua voce era diventata un ponte: tra l’Iran e l’Europa, tra la memoria e il presente, tra la sofferenza e la speranza.
Per noi suore NSA, che da sempre portiamo nel cuore la promozione della donna come parte essenziale della missione, Satrapi è una sorella nella lotta.
La sua opera ci ricorda che ogni donna, ovunque nel mondo, è chiamata a essere protagonista della propria storia. E che quando una donna viene messa a tacere, tutta la comunità perde una parte della sua luce. E quante donne, magari sconosciute, continuano a combattere come lei, anche in altri Paesi, come quelli africani. Cercheremo di portare anche le loro voci.
Oggi, mentre la situazione in Iran resta drammatica (con arresti, esecuzioni, censura, e una generazione di ragazze che continua a rischiare la vita per togliersi il velo) la sua testimonianza ci ricorda che la libertà non è un concetto astratto. È un volto. Una storia. È una donna che dice: “Non smettete di sperare”

Pochi giorni dopo la morte di Satrapi, a Genova è arrivata Cecilia Sala, una delle giornaliste italiane che più si è avvicinata alle storie dell’Iran contemporaneo. Era alla IX edizione dell’UlisseFest, per un incontro dal titolo “Il rumore del mondo”.
Sul palco ha raccontato tre cose che ci hanno toccano profondamente:
- La ricerca delle periferie umane: Ha spiegato come il suo lavoro consista nel “portare alla luce le storie minime” e i piccoli spaccati di vita delle persone comuni, che restano spesso sommersi o nascosti sotto la narrazione dei grandi eventi geopolitici internazionali.
- L’importanza dell’andare a vedere: Ha ribadito il bisogno fondamentale oggi, di non limitarsi a ricevere le notizie in modo passivo, ma di viaggiare e muoversi per verificare la realtà sul posto.
- La gestione dell’imprevisto: Ha raccontato l’esperienza delle partenze improvvise, spiegando che occorre saper ascoltare e cambiare i propri piani a seconda di quello che accade sul terreno.
In linea con il filo conduttore dell’edizione, intitolata “Elogio della fuga“, la giornalista ha offerto la sua personale chiave di lettura: “La fuga non è un atto di codardia o un modo per scappare dalle responsabilità. Muoversi e spostarsi è la spinta necessaria per cambiare prospettiva sul presente e comprendere davvero cosa succede altrove”.
In un mondo che spesso giudica chi scappa, chi migra, chi cerca un altrove, queste parole sono un balsamo. Sono anche un invito a non restare fermi. Ad essere missionari, ciascuno con i suoi doni.
Questo carisma missionario ci porta a stare accanto alle donne, a credere nella loro forza trasformativa, a sostenere la loro crescita spirituale, culturale e sociale. Per questo le vicende dell’Iran ci toccano così profondamente: perché parlano di donne che cercano di rialzarsi, di donne che non vogliono essere invisibili, di donne che chiedono di vivere con dignità.
Perché la missione, oggi più che mai, è stare dove la vita è più fragile. E lì, con discrezione e tenerezza, aiutare le persone a rinascere.
Satrapi diceva: “Dedico il mio lavoro a tutti gli iraniani.”
Noi lo dedichiamo a tutte le donne che cercano la pace. E continuiamo a camminare insieme, oltre il rumore del mondo.