La santità è per tutti. 

È la festa di chi ci ha preceduto e che speriamo di ritrovare, ma anche la festa di ciò che siamo chiamati a diventare. Un cammino di amore che attraversa la vita quotidiana, le relazioni, la missione e persino le ferite di un mondo in guerra.

I primi giorni di novembre ci invitano a fermarci, ricordare e guardare oltre. Il 1° novembre è la festa della vita: di chi ci ha preceduto, di chi speriamo di ritrovare un giorno, e di tutti noi, chiamati a diventare santi.

La santità non significa essere perfetti. Significa permettere all’amore di Dio di trasformare la nostra vita, poco alla volta. È scegliere di perdonare, accorgersi di chi resta solo, avere il coraggio di chiedere scusa e ricominciare. È accogliere chi è diverso, custodire le relazioni e non restare indifferenti davanti all’ingiustizia. La santità è lasciare che il Vangelo illumini le nostre scelte quotidiane. 

La domanda più importante non è: «Sarò mai capace di diventare santo?», ma: «Dove mi sta chiedendo Dio, oggi, di amare un po’ di più?»

Per noi suore NSA, la santità si intreccia con la missione. Essa prende forma nell’incontro con le persone, nella condivisione delle loro gioie e fatiche, nell’educazione, nella cura, nella promozione della dignità delle donne e nella vicinanza a chi è più vulnerabile.

Non siamo chiamate a essere perfette, ma a lasciarci inviare, ad attraversare confini e a riconoscere Dio anche dove non avremmo pensato di trovarlo.

Le persone che incontriamo, le culture che ci interrogano, coloro con cui camminiamo ci aiutano a crescere. La santità missionaria è anche questo: imparare a camminare insieme, lasciarci trasformare dall’incontro e diventare capaci di un amore più libero e universale.

La festa di Tutti i Santi e la memoria dei defunti si illuminano a vicenda: celebriamo chi ha raggiunto la pienezza della vita in Dio e rinnoviamo la speranza di una comunione che ci attende. Il 2 novembre ricordiamo i nostri defunti, i nostri santi. Il pensiero va alle persone che hanno lasciato un segno nella nostra vita, alle loro parole, ai gesti ricevuti, ai legami che continuano ad accompagnarci. 

È la festa di chi ci ha amato, di chi abbiamo amato e di chi speriamo di riabbracciare un giorno in Dio.

E il nostro ricordo si allarga anche a chi muore senza una famiglia accanto, a chi perde la vita nella violenza. Anche queste persone hanno un nome e una storia. Anche loro sono custodite nell’amore di Dio. Come missionarie, non possiamo ricordare i defunti senza guardare alle persone che oggi soffrono a causa delle guerre. Il nostro pensiero raggiunge l’Ucraina, la Palestina, Israele e il Libano, il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, il Myanmar, la Siria e lo Yemen, insieme a tutti i popoli feriti da conflitti e crisi umanitarie.

La santità, oggi, passa anche da qui: dalla scelta di non abituarci alla sofferenza. Significa riconoscere la dignità di ogni persona, rifiutare l’odio, educare al dialogo e accogliere chi fugge dalla violenza. Possiamo scegliere di non alimentare la violenza nelle nostre parole e nei nostri gesti. Possiamo pregare, aiutare, educare alla fraternità e difendere la vita là dove siamo.

La santità non ci allontana dalle ferite del mondo: ci rende più sensibili e responsabili.

In questo novembre, ricordiamo i nostri defunti con gratitudine, guardiamo ai santi come compagni di viaggio e viviamo lo stile missionario nella quotidianità.