«Oggi circa il 60% degli africani ha meno di 25 anni ed entro il 2100 i giovani africani sotto i 25 anni saranno tra gli 800 milioni e il miliardo» ha sottolineato giorni fa, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. I dati comunque sono sotto gli occhi di tutti. Anche se, non abbiamo mai il tempo di soffermarci ad analizzarli…

Mai una generazione così numerosa è cresciuta con così poche garanzie. Nelle megalopoli africane, dove la vita ha assunto i contorni di una lotta per la sopravvivenza, milioni di giovani vivono senza lavoro, senza prospettive, spesso senza reti familiari o comunitarie.

Sono figli di una globalizzazione che promette tutto e non mantiene nulla.

Eppure, questi giovani non sono un problema geopolitico: sono una possibilità di futuro.

Le cronache italiane degli ultimi mesi (episodi di violenza, tensioni sociali, narrazioni politiche che alimentano paura) mostrano quanto sia fragile il terreno su cui si gioca il tema della migrazione.

La recente presa di posizione dell’Unione Europea, contestata da CEI, CIMI e da molte realtà ecclesiali e non, rischia di irrigidire ulteriormente un sistema già bloccato.

Non è ingenuità, ma è realismo sostenere che l’Europa ha bisogno di giovani. L’Italia ha bisogno di giovani. I nostri stessi ragazzi sono costretti ad emigrare perché non trovano qui un lavoro dignitoso.

La soluzione non è chiudere, ma organizzare un’accoglienza chiara, diffusa, sostenibile, attraverso SAI e reti territoriali: piccoli gruppi, accompagnamento reale, integrazione concreta.

Quando Papa Francesco scelse Lampedusa come sua prima visita, denunciò la “globalizzazione dell’indifferenza”. Ci ricordò che ogni migrante è una storia, un volto, un sogno. Che non si può costruire il futuro sulle paure, ma sulla responsabilità. Il suo grido è ancora attuale.

Lampedusa è una domanda rivolta a noi: Che cosa fai del fratello che bussa alla tua porta?”

La recente visita di Papa Leone XIV a Lampedusa ha riaperto questa domanda con una forza nuova.

Il Papa ha scelto di parlare soprattutto con i gesti: si è recato da solo al cimitero dei migranti, ha attraversato in solitudine la Porta d’Europa, si è raccolto in preghiera davanti al mare, ha ricordato che «l’Europa è chiamata a una responsabilità epocale», ha affermato che «i migranti non sono un problema» ma un appello alla nostra umanità.

La sua papalina volata via durante la preghiera è diventata quasi un simbolo: la fragilità dell’uomo davanti al vento del Mediterraneo, davanti alle vite perdute, davanti alle scelte mancate.

E ha lanciato un messaggio chiaro: l’Europa deve ritrovare la sua anima, non può lasciare che il Mediterraneo diventi un cimitero, deve assumere una responsabilità epocale, deve scegliere la via dell’accoglienza ordinata, non della paura.

Papa Leone non propone soluzioni tecniche, ma spirituali e comunitarie: recuperare la compassione come criterio politico, mettere al centro la dignità umana, costruire ponti di fraternità, sostenere chi accoglie e chi arriva, ricordare che la fede cristiana non permette indifferenza.

La sua visita è stata definita da alcuni media un “grido muto dal cuore del Mediterraneo”: un silenzio che parla più di mille discorsi.

Lo “youth quake”, è il terremoto giovanile, che scuoterà presto il mondo. 

È vero: masse di giovani senza lavoro sono vulnerabili a radicalizzazioni, violenze, sfruttamenti. Ma è altrettanto vero che una generazione così numerosa, creativa, resiliente, desiderosa di affermazione, può diventare una forza di trasformazione straordinaria!

Dipende da noi. Dipende da come li guardiamo. Dipende da come li accompagniamo.

Qualche possibile pista di riflessione come comunità cristiana possono essere:

  • 1

    Guardare con occhi evangelici, non con occhi politici. Il giovane che arriva non è un “problema”, ma una persona. Una storia. Una possibilità di incontro.

  • 2

    Sostenere forme di accoglienza diffuse e comunitarie. Piccoli numeri, accompagnamento reale, integrazione concreta. È ciò che funziona, ciò che aiuta anche a costruire la pace.

  • 3

    Educare alla complessità. Aiutare le nostre comunità a comprendere le cause profonde delle migrazioni.

  • 4

    Dare voce ai giovani africani. Non parlare di loro, ma con loro.

  • 5

    Promuovere una cultura dell’incontro. Ogni gesto di fraternità è un seme di pace.

  • 6

    Ricordare che la missione oggi passa anche attraverso l’accoglienza. Non solo andare “”, ma anche accogliere “qui”.

I giovani africani non sono un’onda che ci travolgerà. Sono un’umanità che ci interpella. Sono un dono che può rinnovare le nostre società invecchiate, le nostre comunità stanche, le nostre chiese e comunità che cercano futuro.

Come suore NSA, sentiamo forte la chiamata a stare dalla parte dei giovani, dalla parte dei poveri, dalla parte di chi cerca vita. Lo facciamo nelle nostre missioni in Africa e nel mondo. E lo facciamo qui in Italia, in comunità che accolgono i SAI e collaborano con le cooperative.

Vogliamo continuare sempre più e sempre meglio a costruire ponti, non muri. A trasformare la paura in responsabilità. A credere che il futuro, anche quello dell’Europa, si costruisce solo insieme.