Dal 20 al 28 marzo, le parrocchie di Marino Laziale hanno vissuto un tempo speciale di grazia attraverso la Missione Popolare, animata da religiose, religiosi e numerosi laici del territorio. Un’intera città si è lasciata coinvolgere attorno a un invito forte e suggestivo: “Vieni fuori!”, le stesse parole che Gesù rivolge a Lazzaro, chiamandolo a uscire dalla morte per tornare alla vita.

L’esperienza ha abbracciato le comunità di San Barnaba, Santissima Trinità e Santa Maria delle Grazie, attraversando la vita quotidiana del territorio: case, scuole, luoghi di lavoro, strade e piazze. Famiglie, anziani, ammalati, studenti e commercianti sono stati raggiunti con discrezione e semplicità, in un desiderio condiviso di non lasciare nessuno solo.

Fin dall’inizio, si è percepito che non si trattava semplicemente di un’iniziativa pastorale, ma di un vero dono dello Spirito Santo per le comunità. Come racconta sr Felicia, la missione ha portato un soffio nuovo: “Ho visto cuori riaprirsi alla Parola di Dio, famiglie e giovani riscoprire la fede, e una comunità diventare più viva, più luminosa”.

L’avvio ufficiale della missione è stato segnato dalla celebrazione presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, che ha conferito il mandato ai missionari. Le sue parole, ispirate a don Tonino Bello, hanno indicato chiaramente la direzione: non aspettare che le persone entrino in chiesa, ma diventare una Chiesa capace di uscire, di abitare le strade e le situazioni concrete della vita.

La missione si è poi conclusa con la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Vincenzo Viva nella basilica di San Barnaba, momento di sintesi e di ringraziamento per quanto vissuto.

Uno degli aspetti più significativi è stato proprio l’andare incontro alle persone. Come racconta sr Evelyn: “Le visite sono state per me un’occasione preziosa per conoscere meglio le persone, ascoltare le loro storie e condividere insieme un pensiero della Parola di Dio”. Le visite alle famiglie e ai negozi hanno rappresentato momenti semplici ma profondi. In molti casi, l’accoglienza è stata calorosa: si sono aperti dialoghi sinceri, si sono condivise esperienze di vita e di fede, e non sono mancati piccoli segni di affetto, come un caffè o qualcosa da mangiare offerto con semplicità. In altri casi, l’incontro è stato più breve o rimandato. Alcune persone non hanno potuto fermarsi o non si sentivano pronte, ma sempre con rispetto e gentilezza. Anche questi momenti sono stati vissuti con serenità, lasciando aperta la porta a futuri incontri. La missione, infatti, non forza, ma propone e attende con pazienza. Particolarmente significativi sono stati anche i momenti più informali e quotidiani: il “caffè con le mamme”, gli incontri alle fermate degli autobus e del treno, le visite nelle scuole e nelle case di riposo, i pasti condivisi nelle famiglie. Proprio in questa semplicità si è manifestata la bellezza di una Chiesa vicina alla vita reale.

Durante le visite, spesso è stato possibile fermarsi per leggere o ricordare insieme un brano della Parola di Dio, oppure semplicemente per ascoltare: preoccupazioni, gioie, fatiche quotidiane. In questi scambi, anche brevi, si è costruito un clima familiare, dove ciascuno si è sentito accolto.

Non sono mancati gesti di generosità: alcune persone hanno desiderato offrire un contributo economico, ma è stato spiegato con delicatezza che la missione aveva come unico scopo l’incontro gratuito e fraterno. Questo ha reso ancora più chiaro il senso della presenza missionaria: essere lì per condividere, non per chiedere. In diversi casi è emerso anche il desiderio di continuare il cammino: qualcuno ha chiesto di restare in contatto, di partecipare ad altre iniziative, di non perdere questo filo appena intrecciato. Segni semplici, ma molto significativi.

Parallelamente alle visite, la missione ha coinvolto anche scuole, case di riposo, piazze e momenti comunitari di preghiera. È stata un’esperienza corale, dove tutti, sacerdoti, religiosi, laici, associazioni, si sono sentiti corresponsabili nell’annuncio del Vangelo.

Per sr Felicia, questa esperienza è stata molto più di un evento: “È stato un dono dello Spirito Santo che ha ravvivato le nostre comunità. Ho visto cuori riaprirsi, giovani e famiglie riscoprire la fede, e una Chiesa diventare più viva, un vero faro di speranza. Abbiamo riscoperto che la missione non è qualcosa di straordinario o ‘fuori tempo’, ma appartiene alla natura stessa della Chiesa, che è sempre in uscita verso il popolo”. L’unità vissuta tra le diverse realtà ecclesiali è stata una delle ricchezze più grandi: un segno concreto di una Chiesa che cammina insieme. Anche l’accoglienza delle famiglie di Marino, che hanno ospitato missionari provenienti da diverse parti d’Italia, è stata un segno concreto di apertura e generosità. I frutti della missione non si esauriscono con la sua conclusione. In molte parrocchie si è registrato un rinnovato desiderio di partecipazione: confessioni, richieste di sacramenti, maggiore coinvolgimento nella vita comunitaria. Ma, soprattutto, è rimasto uno stile: quello della prossimità, dell’ascolto e dell’annuncio semplice. 

La missione è un seme piantato”, conclude sr Felicia, “che continuerà a germogliare nel tempo”.

E forse è proprio questo il dono più grande: aver ricordato a tutti, missionari e comunità, che la fede cresce nell’incontro, nella relazione e nella presenza concreta accanto alle persone, ogni giorno.

Sr Felicia Kyaano e sr Evelyn Frimpong NSA